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teatro treviso, spettacoli teatrali treviso


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OCCHIO ALLA SPIA
Autore: Chapmann & Pertwee
Regia: Gruppo Amici del Teatro
Traduzione: Maria Teresa Petruzzi
Atti: 2
Durata: 1h 40m

In un caldo Agosto Berlinese, Fisher, all'apparenza un tranquillo rappresentante d'auto, è costretto ad inventare l'identità delle persone che man mano si trovano a girare per casa per giustificarne la presenza, ma alla fine resta intrappolato dalle sue stesse bugie in quella che si rivelerà una movimentata e rocambolesca storia di spionaggio in un susseguirsi irrefrenabile di situazioni assurde e travolgenti, fatte di scambi di persone e di giochi di parole.







I DADI E L'ARCHIBUGIO




AUTORE: Alfredo Balducci
REGIA: Alberto Moscatelli
ATTI: 3
DURATA: 120'
In un periodo storico indefinito (le guerre, si sa, non hanno età!) due compagnie di ventura stanno per scontrarsi. La prima è stata ingaggiata dal signore del castello di Boslavo che ha deciso di non pagare più le tasse al re dal quale dipende: la seconda, al soldo del re, dovrebbe espugnare il castello per ricondurre il ribelle ai suoi doveri. Tutto è pronto per l'azione ma... i soldati delle due bande scoprono di essere legati da fraterna amicizia per un precedente fatto d'armi cui hanno partecipato da alleati. Lo scontro quindi non è più possibile. I rispettivi generali, per ragioni diverse, si affanneranno perché lo scontro abbia luogo, ma nonostante i biechi trucchi messi in atto per accendere gli animi ed aizzare l'una contro l'altra le due parti, la sconfitta toccherà proprio ai due, mentre a trionfare, questa volta, saranno pace, amicizia, buonsenso e... amore! il riassunto della trama non rende merito a tutti i personaggi caricaturali che ne fanno parte, nè alle scene che essi movimentano con comica arguzia e trovate paradossali. Scritta nel 1952, per il tono canzonatorio e pungente con cui l'autore ha descritto un mondo militaresco che per natura dovrebbe essere eroico e che invece mostra le proprie miserie con atteggiamenti millantatori, la commedia è stata subito tacciata di antimilitarismo e per questo non rappresentata per anni.







SERA D'INVERNO




AUTORE: Sigfrido Geyer
REGIA: Gruppo Amici del Teatro
ATTI: 3
DURATA: 100'
Sebastiano, impeccabile maggiordomo nonché fedele complice del barone Rommer, la cui reputazione di collezionista di cuori femminili è ben nota a chiunque, incappa in una telefonata con una gradevole interlocutrice e non resiste alla tentazione di farsi passare proprio per il suo padrone assente da casa per impegni mondani. Con facilità riesce a convincere la donna a raggiungerlo e, per riceverla degnamente, indossa gli abiti del suo padrone. Ma il rientro improvviso ed inaspettato di quest'ultimo scombina i piani di Sebastiano che, ancora più sbalordito, assiste alla trasformazione del suo padrone in… domestico di casa! Colpi di scena e imbarazzanti situazioni rendono gradevole seguire gli eventi della brillante commedia di Geyer







IL NOBILE AMOERI
AUTORE: Bruno Lorenzon
REGIA: Alberto Moscatelli & Renzo Santolin
TRAMA La vicenda è uno spaccato contadino della Roncade dei primi del '900: si narra la vicenda di Bepi Amoèri, arricchito mediatore di vacche, che scopre all'improvviso di essere discendente della nobile casata degli Amorèi. Bepi, piacevolmente sorpreso dalla situazione, decide di cambiare vita e di frequentare solo gente del suo rango. Naturalmente in questa avventura vengono catapultate, loro malgrado, la figlia di lui e la governante, alle quali il nuovo status sociale impone di cambiare abitudini, idee e… spasimante! Ricca di colpi di scena e aneddoti riguardanti la vita rurale nei primi anni del secolo, l'opera, che si sviluppa in due atti, rappresenta un'autentica valorizzazione delle tradizioni dell'entroterra trevigiano.







L'AUGELLIN BELVERDE di Carlo Gozzi, regia di Simone Derai e Paola Dallan




La regina madre Tartagliona, reggente il regno in assenza del figlio Tartaglia, per brama di potere accusa ingiustamente di adulterio la nuora Ninetta e la fa rinchiudere sotto il buco della scaffa, con l’intento di sbarazzarsene. Incarica, inoltre, il ministro Pantalone di sopprimere in culla i due nipoti, Renzo e Barbarina. Pantalone non ha cuore di compiere il delitto e li abbandona alla corrente di un canale, dove vengono raccolti da Smeraldina, moglie del salsicciaio Truffaldino. A 18 anni, saputo di essere stati adottati, i due gemelli se ne vanno per loro strada, libera da sentimenti e segnata solo da una fredda logica filosofica.
Messi alla prova da Calmon, divengono ricchissimi grazie ad un prodigio, accolgono con grande sdegno nel loro palazzo i genitori adottivi, e cercano con superbia e capriccio di realizzare tutti i loro desideri: Renzo si innamora di una statua, Pompea, e Barbarina tenta di sedurre il re Tartaglia, tornato dalla guerra ed ormai solo. Nel far ciò desta l’ira di Tartagliona che, consigliata dall’interessato amante Brighella, spinge Barbarina a pretendere di ottenere l’acqua che suona e danza ed il pomo che canta. L’acquisto di questi oggetti magici è mortalmente pericoloso e per compiere l’impresa si offre Renzo, che porta con sè in quest’avventura Truffaldino. Dopo mille peripezie e divertenti colpi di scena e trasformazioni, caratteristici delle fiabe, il quadro si ricompone felicemente grazie all’intervento dell’Augellin Belverde.







OH... ISSA... PELOSSA di Silvana Trevisiol e Daniela Bosco




Spettacolo d’attore e di figura, realizzato con figure tipo pupazzi e marionette, creati con materiale di riciclaggio e quindi adatto anche per avviare un eventuale laboratorio di costruzione di burattini per i bambini, condotto dalle stesse attrici-operatrici.
Due girovaghe entrano in scena con tutto il necessario per mettere su casa: “OH... ISSA... PELOSSA...” sottolinea la fatica e il gioco di trasportare la casa: un grosso baule ambulante. Gengi e Iva sono due inseparabili compagne di viaggio e sotto un tetto di stelle sospirano alla dolce casa che, come il loro più ampio corpo, in qualsiasi luogo le accompagna e lì prende vita... e che vita!!
Tra indumenti e suppellettili si animano creature che, uscendo dal baule, raccontano una trama fantastica e fiabesca. Tra sogno, fiaba e poesia, una principessa trasparente intreccia la sua storia con ironici
personaggi della fantasia: animali parlanti, uno spaventapasseri e il fatidico mostro. Il tempo della fiaba è il tempo del sogno notturno e il suo lieto fine segna la ripresa di un nuovo giorno in cui: “OH... ISSA... PELOSSA...", il viaggio continua....







FILÒ TRA LE FIABE E LEGGENDE DEL MONTELLO di Silvana Trevisiol




"...Storie che parla de mistero, de creature fantastiche che ga popoeà e nostre tere e che forse... chissà ancora nascoste...".
Lettura animata in forma teatrale che riprende l'antica tradizione orale del “Far Filò", del racconto e del gioco, traendo spunto dal libro “Fiabe e Leggende del Montello" di Laura Simeoni







NON TI CONOSCO PIÙ di Aldo De Benedetti
La commedia che noi ambientiamo negli anni Settanta, narra la vicenda matrimoniale di Luisa e Paolo Malpieri. Un mattino, la mogliettina non riconosce più il consorte, come per un'inspiegabile amnesia. Paolo chiama il professor Alberto Spinelli, psichiatra e inizia la diagnosi del caso. Luisa scambia il professore per il marito e contemporaneamente tratta Paolo come un ingombrante sconosciuto. La relazione prosegue tra l'assecondare la patologia della donna, come consiglia la scienza e il disagio del marito che si vede portar via il ruolo di coniuge da Alberto. Equivoci; un malizioso tric-a-trac notturno per un posto nel talamo; l'improvvisa visita di zia Clotilde dall'Inghilterra in compagnia della propria figlia Evelina, assurda coppia di scocciatrici che movimenta il già complesso ménage familiare; l'inevitabile cotta del professore per la bella smemorata e la disperata difesa di Paolo; infine, lo sciogli-vicenda imprevisto che chiama in scena una disinibita e procace dattilografa, causa prima del "Non ti conosco più".
Scritta nel 1932, l'epoca detta dei "telefoni bianchi", ovvero della borghesia benestante, la commedia è la formalizzazione dell'unione coniugale da difendere a ogni costo. La malizia esiste, ma è solo sfiorata; il tradimento è possibile forse desiderato, ma non viene consumato: è un vorrei ma non posso in attesa di tempi migliori. Tutto questo ci induce a vedere i personaggi con un filo di tenerezza, per come sembrano vivere la realtà particolare del loro mondo, apparentemente così lontano dalla vita quotidiana a cui la nostra società ci ha ormai abituati. De Benedetti analizza e porta alla ribalta la crisi della borghesia, partendo da una coppia "felicemente sposata", dove i rapporti sembrano all'apparenza perfetti, ma in realtà sono già svuotati e impigriti nei sentimenti e nelle passioni.

Aldo de Benedetti nato a Roma nel 1892 e morto nella stessa città nel 1970, ha scritto 23 commedie e soggetti e sceneggiature per 120 film. È uno dei più importanti esponenti del teatro d'evasione nel periodo fra le due guerre mondiali. Dal 1938 si dedicò al cinema, anche se il suo nome non poté comparire nelle locandine dei film, perché di origine ebraica. Tornò al teatro solo dopo la fine della guerra, con commedie di stile pirandelliano.







PRIMA EL SINDACO E PO' EL PIOVAN di Ernesto Andrea De Biasio
La commedia, rappresentata per la prima volta a Trieste nel 1880, affascinò il pubblico per l’attualità del tema che, a quel tempo, veniva dibattuto con accesa foga polemica dalla stampa d’informazione e dall’opinione pubblica: la priorità del matrimonio civile su quello religioso. Una non facile tesi che la commedia però presenta con sobrietà e divertente ironia.
E… al giorno d’oggi, è veramente superato il tema? Oppure si delineano ancora i due opposti schieramenti? La risposta… agli spettatori.

Nato a Venezia nel 1854, Ernesto Andrea De Biasio ottenne consensi e successi in tutta Italia con le sue commedie dialettali. Nel suo breve cammino artistico aprì al teatro veneto la via dei copioni dedicati alla provincia ed ai costumi paesani. La sorte gli negò di esprimersi completamente e di toccare quelle vette artistiche cui sarebbe certamente pervenuto.
Ricco di intuizioni, sapeva cogliere la realtà e portarla sul palcoscenico con il garbo di chi, già da allora, aveva idee avanzate.







SON PARON MI! di K. C. de K. Bronson
La commedia è ambientata negli ultimi anni del 1800. Giacomo, il capo di una famiglia della media borghesia, è convinto di essere l’unico punto valido di riferimento, sia per la moglie che per la sorella. È certissimo che... guai se non ci fosse lui! Lo vedremo...







LA SCORZETA DE LIMON di Gino Rocca
La commedia presenta situazioni riconoscibili ancor oggi in qualche famiglia. L’autore condanna i troppo rigidi moralismi del provincialismo più retrogrado e tiranno. Il colore dell’ambiente, i personaggi, l’amarezza comica del dialogo ed un profumo di mesta verità, danno a questo atto una grazia seria e nobile che conquista il pubblico.







"L'orso" e "La proposta di matrimonio" di Anton Cecov




La Compagnia Teatrale Altinate ha ritenuto di rendere omaggio ad uno dei maggiori drammaturghi di tutti i tempi, proponendo due suoi piccoli lavori, due gioiellini che, pur non raggiungendo le vette della sua più matura produzione artistica, ben possono figurare accanto alle altre sue opere.

Due donne affidate all’interpretazione di Barbara Tasca: Elena Ivanovna Popova, che si impone la scomoda quanto improvvida armatura della inconsolabilità vedovile, che altro non aspetta però di “cedere alla forza”!
Natal’ja Stepanovna, dalla vista che non va oltre i confini dei suoi campi di fieno, fino a che….!
Artatamente svenevole la prima, naturalmente scorbutica e velenosetta l’altra.
E gli uomini?
Come da Adamo in poi, credono di essere gli artefici dei loro destini.







"La casa di Bernarda Alba" di F.G. Lorca
“La casa di Bernarda Alba” è considerato il capolavoro di Lorca ed è una delle opere più importanti del teatro spagnolo contemporaneo. Dramma di sobria e cupa potenza, equilibrato ed essenziale, completamente spoglio di ornamenti superflui, preciso e serrato: un “documentario fotografico” ricorrendo alle parole dell’autore stesso. Come le precedenti opere di Lorca, anche “La casa di Bernarda Alba” è nutrita di ricco e genuino umore di vita spagnola paesana, intrisa di passioni cocenti e fatali in senso veramente tragico.
In questa storia di donne, con Bernarda Alba al centro, tirannica e prepotente, e le altre intorno, asservite anche se non sempre dome, tutte esasperate da un’assurda claustrazione, non si può non cogliere un disperato bisogno di libertà, l’ansia di spezzare un involucro soffocante di ipocrisie e di segrete, feroci violenze.







"Il berretto a sonagli" di L. Pirandello




La signora Beatrice ha il sospetto che suo marito, il cavalier Agatino Fiorica, abbia una tresca con la moglie di Ciampa, scrivano nell’azienda del cavaliere.
La Saracena, ambigua figura di faccendiera, le conferma che il sospetto è fondato.
La Saracena insinua nella signora Beatrice anche il dubbio che Ciampa sa tutto e se ne sta zitto.

Tra i due, Ciampa e la signora Beatrice, si svolgono dei pungenti duelli verbali “in punta di fioretto” giacché lo scrivano è, a modo suo ma in maniera efficace, un sofista: basti pensare alle sue dissertazioni sulla “corda civile” e sull’esser “pupi” per volontà divina.

La “tradita” chiede l’aiuto del Delegato Spanò. Questi le prova tutte per non farsi coinvolgere in una denunzia a carico di un “cavaliere”, ma di fronte alla determinazione di una donna tradita deve arrendersi e compiere il proprio dovere. Il cavaliere e la donna vengono così arrestati.

Ciampa a quel punto convince i familiari della signora Beatrice a farla rinchiudere in manicomio perché: solo se si dimostra “alla gente” che la signora è pazza, egli non “dovrà” ammazzare la propria moglie e il cavaliere.
La madre e il fratello di Beatrice tirano allora un sospiro di sollievo perché non dovranno subire la vergogna di una condanna per adulterio del marito della loro congiunta !







"'E barufe in fameja" di G. Gallina




“‘E barufe in fameja”, commedia scritta in occasione del carnevale del 1872, è una delle prime opere di Gallina e si rifà in maniera assolutamente trasparente a “La famiglia dell’antiquario” di Goldoni, commedia dalla quale riporta anche alcune citazioni (atto secondo, scena sesta, Ubaldo: … Sentite, Doralice mia, due donne che gridano sono come due porte dalle quali entra furiosamente il vento…). Nella scrittura originale, ormai da tempo non più rappresentata, il testo è inserito tra un prologo ed un epilogo (il titolo della rappresentazione completa è “La scuola del teatro”) con intenti educativi-moraleggianti che in realtà si prendono in giro da soli ed in cui lo stesso Gallina autoironizza su se stesso (la battuta finale della rappresentazione completa è “se ciapo Galina ghe tiro el colo”).
All’alba del terzo millennio la commedia resta brillante e spumeggiante, allegra e divertente; nella messa in scena non si è ritenuto di aggiungere gags e forzature per strappare facili applausi: riteniamo che l’aderenza al testo, così come previsto da Gallina, sia più che sufficiente a regalare momenti di allegria. Forse il miglior modo di accostarsi a questa commedia è quello di considerarla per quello per cui è stata scritta: il Carnevale di Venezia, ora come centocinquant’anni fa occasione di allegria e spensieratezza.







Enrico IV




Enrico IV: il vero nome del protagonista non viene mai pronunziato; egli possiede solo quello dell’imperatore germanico, la cui parte impersonava durante una cavalcata in costume svoltasi nella sua lontana giovinezza. Il trauma seguito alla caduta da cavallo, provocata dal suo rivale in amore Tito Belcredi, lo ha tenuto imprigionato in quel personaggio lungo dodici anni d’inconsapevole innocenza. Per tutto questo tempo il nipote Carlo Di Nolli ha assecondato la sua innocua pazzia, facendolo vivere in un castello, in mezzo a compiacenti stipendiati che ne assecondano le fantasie e gli umori. Quando all’insaputa di tutti rinsavisce, “Enrico IV” si rende conto di essere stato defraudato della sua giovinezza e del suo futuro; così, nell’impossibilità di rientrare in possesso della sua vita, decide di continuare a recitare la sua pazzia. Trascorsi altri otto anni, sopraggiungono, ad interrompere la sua esistenza fuori dal tempo, i protagonisti della sua giovinezza: Matilde, la donna amata, e Belcredi, ora amante di lei, accompagnati da un supponente dottore incaricato di farlo rinsavire.

E’ il tempo col suo inarrestabile fluire l’elemento centrale del dramma; il tempo, che lo ha lasciato indietro, a cui il protagonista inutilmente e titanicamente si oppone con la sua disperata scelta di astrarsi da quel mondo degli altri, che non può più essere il suo. E, sopravvissuto assurdamente al tempo, il ricordo d’un amore, che continua a trascorrere nei deliri e nei sogni di vent’anni, per poi materializzarsi all’improvviso in Frida, la giovane figlia di Matilde, così somigliante a lei che Enrico ha l’impressione, abbracciandola, di potersi riappropriare di ciò che la vita gli ha subdolamente tolto. Il paradosso che ne deriva non può che portare all’inevitabile tragedia...







L'Importanza Di Essere Franco




"The Importance of Being Earnest" (sottotitolo "Commedia frivola per gente seria") fu rappresentata, con grande successo, per la prima volta a Londra nel 1895. E' nota in Italia con i titoli "L'importanza di chiamarsi Ernesto" o "L'importanza di essere Onesto" o ancora "L'importanza di essere Franco" per l'intraducibile gioco di parole contenuto nel titolo originale, nel quale il nome Ernesto si pronuncia in inglese come la parola "onesto, franco".

Massimo esponente del movimento estetico di fine '800, Oscar Wilde è uno di quegli artisti la cui vita spregiudicata (processato e riconosciuto colpevole per sodomia trascorrerà oltre un anno in carcere) rischia non solo di confondersi con la sua opera, ma addirittura di sostituirsi ad essa. Nella sua personalissima visione del mondo, infatti, egli ritiene che sia la vita ad iitare l'arte e non viceversa, al di là di ogni pregiudizio moralistico.

Raffinato eccentrico in questa commedia egli sbeffeggia l'immobilismo salottiero della società vittoriana, usando dialoghi apparentemente assurdi costruiti con paradossale solennità, nei quali gli argomenti trattati, siano essi frivoli o seri, sono posti sul medesimo piano. A tratti tutto sembra ruotare proprio attorno all'universo della parola, che, soppiantando l'azione, si trasforma nella sola realtà viva della commedia. Una parola soavemente tagliente, però, capace di fare a pezzi un mondo incapace, esso sì, di distinguere la realtà dalla farsa, il serio dal faceto, il vero dal falso... Sempre che verità e falsità si possano distinguere.







Il malato immaginario




Medici, servi e familiari soggiogati ai prepotenti egoismi di un sanissimo inetto alla vita: un incessante turbine di personaggi voluti forzatamente per sé e accanto a sé, con cui il “malato” si imprigiona in una sua illusoria condizione di malattia. Una pavida fuga dalla realtà, confinata fuori dal proprio letto e dalla propria vita, con l’illusorio supporto delle scienze mediche a cui egli affida ciecamente la sorte della propria esistenza.

“Queste sono le vuote idee con cui cerchiamo di illuderci: le fantasie della medicina! Ma se devo poi pensare alla mia realtà e alla mia esperienza, di tutto questo non rimane poi niente. E tutto finisce come uno di quei bei sogni che alla fine lasciano solamente il disappunto di averci creduto”.







Porta chiusa




Una stanza che non è una stanza, un cameriere che non è un cameriere. Garcin, Ines ed Estella non trovano interruttori per spegnere la luce, né letti per riposare ed evadere da una realtà soffocante, né specchi per vedersi. Possono ritrovare la propria immmagine solo "specchiandosi" l'uno negli occhi dell'altro. Indagando, fino a scoprire le radici delle colpe che ciascuno si porta dentro.

Non ci sono strumenti di tortura fisica in quello strano inferno: ognuno dei tre scopre che la propria condanna consiste nell'essere perpetuamente giudicato dagli altri due, ognuno è destinato ad essere per sempre giudice - boia - vittima degli altri due.

Il gioco al massacro potrebbe interrompersi all'aprirsi improvviso dell'unica porta, ma nessuno uscirà (per andare dove?). Ormai un legame indissolubile li tiene uniti: Estella desidera Garcin, questi vuole Ines e Ines Estella. Ma proprio nella negazione totale di ogni possibile rapporto sta la loro condanna. In eterno.

Uno dei temi fondamentali della filosofia sartriana è l'impossibilità di una relazione positiva con gli altri. Tale affermazione sancisce l'estraneità assoluta tra gli esseri viventi, per cui l'inferno è qui sulla terra, in un'insuperabile solitudine. Ma proprio dal baratro del pessimismo Sartre lancia una sfida al destino dell'uomo: se è vero che ogni esistenza è condizionata dalla presenza degli altri, è altrettanto vero che tutti gli altri uomini sono fondamentali per ciascun individuo.







"IL TACCHINO" - di Georges Feydeau




"Il Tacchino" (titolo originale Le Dindon), per i suoi ricchi intrecci comici, equivoci e colpi di scena, è forse il testo più rappresentativo del teatro del "vaudeville".

Un esempio del teatro francese di fine ottocento, caratterizzato da una costellazione di stereotipie che coinvolgono personaggi, situazioni e modalità di costruzione teatrale, che conservano tutt'oggi un'intatta vitalità.

Ne "Il Tacchino", come in tutte le opere di Georges Feydeau, il destino è nelle mani delle donne: infatti, anche qui, sono la Signora Vatelin e la Signora Pontagnac che dominano la situazione e tirano le fila della storia, decidendo di allearsi e poi di vendicarsi dei rispettivi mariti, di cui hanno scoperto l'adulterio, accettando la corte di uno spasimante che sarà lo stesso per tutte e due.
In tutto questo si intrecciano altri personaggi, ognuno con la sua caratterizzazione, tipica delle farse di ogni tempo, spinti sovente al limite della caricatura, ma sempre con specifici compiti nell'intrigo.

La fase borghese del teatro di Georges Feydeau culmina con "Il Tacchino", in cui la maschera femminile raggiunge la massima specificità; parallelamente, anche le figure maschili acquistano una psicologia, nei suoi limiti, particolarmente precisa.

"Il Tacchino" fu rappresentato per la prima volta in Francia, sulla scena del Palais-Royal l'8 febbraio 1896.
Interpreti principali Huguernet (Pontagnac), Gobin (Vatelin), Raimond (Rèdillon), Jeanne Cheirel (Luciana), Andrèe Mègard (Clotilde).
La commedia ebbe molto successo e fu ripresa numerose volte: nel '900 in occasione dell'Esposizione; nel 1912 al Vaudeville con la stessa Jeanne Cheirel che ne era stata la prima interprete, nel '26 alla Scala.







"LA DAMA DI CHEZ MAXIM" - di Georges Feydeau




"La Dama di Chez Maxim" è considerata a giusta ragione il capolavoro di Georges Feydeau.

Scritta nel 1899, è uno spettacolo che esplode in un turbine di situazioni comiche, con quel ritmo inarrestabile e un poco folle che è la caratteristica del genio comico di Feydeau. Il gioco scenico è sostenuto da una satira fortemente graffiante e soprattutto dal ritratto memorabile della Môme Crevette, straordinariamente comico eppure di grande verità umana.

Gli ingredienti originari sono spettacolarità, ricchezza delle parti (quasi a voler presentare scene di massa sul palco), fondali preziosi, curatissimi costumi e una articolata lunghezza per i nostri tempi difficilmente comprensibile, ma che era pienamente giustificata dalle funzioni "rituali" del teatro ottocentesco, più che mai luogo d'incontro e discussione per la società bene.

La commedia è una irresistibile girandola di battute fulminanti, di malintesi, che inizia quando l'inappuntabile e sposato Monsieur Luciano Petypon, dopo una notte di follie, si ritrova al mattino tra le braccia della Môme Crevette, ballerina del Moulin Rouge.

Nasconderla alla moglie, con l'aiuto dell'amico Dr. Mongicourt, sembra impossibile ma, di trovata in trovata, quel prestigiatore della scena che è Feydeau riesce non solo a creare per la Crevette un ruolo angelico ma perfino a portarla ad insegnare "belle maniere" parigine alle provincialissime invitate del castello di Membrole, dove è stata invitata ad un matrimonio come Signora Petypon.







LA MONTAGNA E IL CIELO - Racconti, canti ed emozioni
un susseguirsi di canti, immagini, musiche, racconti e leggende che avranno come unico comune denominatore la magia delle Dolomiti Bellunesi.
Suoni, immagini, atmosfera... caleranno poco a poco gli spettatori nella magia delle intense emozioni che prenderanno vita dall’incontro tra musica, parola e immagine.
Realizzato in collaborazione con il Coro “La Genzianella Città di Roncade”, il fotografo Giandomenico Vincenzi ed il tecnico audio-video Giandomenico Commissati.








MAI SPUNCIAR 'A TERSA ETÀ di Memo Bortolozzi
La commedia in tre atti dell’autore bresciano Memo Bortolozzi "Mai stigà la tersa età" del 1989, è stata opportunamente adattata al nostro dialetto dal sapiente lavoro di Franco Gigliello e snellita per meglio adattarla alla nostra realtà locale.
La vicenda si svolge all'interno di una casa di riposo, dove gli ospiti, pur consapevoli della propria condizione di persone anziane, abbandonate dai propri cari, diciamo "rottami della società", cercano nella quotidianità, una ragione di vita: vogliono sentirsi ancora giovani e vivi! La vita a volte è strana ed imprevedibile e infatti un susseguirsi di eventi, fa si che questi vecchietti, per niente rimbambiti, sappiano appunto affermare la propria identità e lo spirito che li fa sopravvivere.
La commedia, pur presentando degli argomenti in certi punti toccanti e di straordinaria attualità che ci invitano a riflettere, viene esposta con una comicità esplosiva, con allusioni e doppi sensi propri dell’esilarante repertorio di Memo Bortolozzi.

Ma è ancor più la divertente messinscena a sottolineare, per contrasto, la profondità dei temi trattati, che raccontano la realtà con cui ognuno di noi dovrà fare i conti, nell’incognita di un futuro in cui la sfiorita giovinezza ci consegnerà a una disincantata e amara vecchiaia. Nell’abisso di una fredda panchina, quanti vecchi rimangono soli, ombre involontarie, affidati per forza di cose e di casi alla badante di turno, o paralizzati dal dolore e dalla solitudine in un ospizio non sempre ospitale. I vecchi in Italia sono sempre di più! Vivono i loro ultimi anni lontano dai parenti, spesso troppo frettolosamente dimenticati e lasciati in compagnia dei loro ricordi; barattano la loro solitudine con gite e passatempi, con un’ipnotica televisione, o con telefonate a figli troppo lontani o troppo indaffarati. Pochi vivono soli nella loro casa, la maggior parte viene ”parcheggiata” nelle case di riposo. Questa è la loro principale malattia! Ma oltre il 40 per cento di loro, è anche vittima della depressione e allora l’allontanamento dai propri cari sembra diventare quasi un obbligo! Non sono gli anni che fanno la vecchiaia, è la solitudine, l’indifferenza, l’umiliazione, è il nostro tipo di vita che sembra avere occhi solo per un effimero presente, svuotato di memoria, incapace di ascoltare le parole di saggezza custodite nei cuori dei nostri maltrattati “veci”.







DIARI DAL GHIACCIO




AUTORE: Adattamento di Alberto Moscatelli - dal Diario del Conte Giuseppe Farra Oniga.
REGIA: Alberto Moscatelli
ATTI: Unico
DURATA: 60'

Gennaio 1943: ritirata di Russia. Un diario: uno dei tanti. La testimonianza diretta di una tragedia annunciata: una delle tante. Ma proprio per questo importante tassello di una storia che troppo spesso in troppi disconoscono o trattano in modo superficiale. Uno spettacolo dai differenti moduli recitativi, la lettura, l’interpretazione scenica, l’evocazione, le immagini, i rumori, i canti. Dall’ordine di ritirata dal Don, alla rotta attraverso i tentativi di accerchiamento del nemico fino alla tragica, disperata, battaglia di Nikolajewska. E poi… l’italia. Con un interrogativo: perché? Un percorso attraverso le sensazioni, le paure, il coraggio, le speranze, le angoscie di “un” uomo, della “sua” ritirata, della “sua” tragedia, vissuta sulla “sua” pelle.







LA BOTTEGA DEL CAFFE'




AUTORE: Carlo Goldoni
REGIA: Renzo Santolin
ATTI: 2
DURATA: 110'

La bottega del caffè, ideata e composta a Mantova nel 1750, non vuole essere, come sostiene lo stesso Goldoni nelle sue Memorie, la rappresentazione di una vicenda ben precisa, ma il “quadro” di una piazzetta di Venezia e della vita che attorno ad essa gravita, uno scorcio di realtà dove i gli “attori” dei vari ceti sociali sono presentati in modo vivo, quasi spietato, incarnandone tutta la quotidianità, la ritualità di gesti e situazioni. Tutto si svolge intorno alla bottega del caffè, luogo di ritrovo di avventori abituali e di passaggio, il cui proprietario, Ridolfo, è il personaggio chiave che tiene le fila degli avvenimenti con maestria. Antagonista del bottegaio è Don Marzio, gentiluomo indiscreto e, suo malgrado, seminatore di zizzania. Protetti o vittime di questi due sono il signor Eugenio, di buona famiglia ma facile preda del gioco e delle donne, e sua moglie Vittoria, donna virtuosa e onesta; Flaminio, celato sotto il nome di Conte Leandro, che vive delle vincite al gioco con le quali mantiene la ballerina Lisaura, che lo crede scapolo e intenzionato a sposarla; Placida, moglie di Flaminio, vestita da povera pellegrina e alla ricerca del marito; Pandolfo, uomo senza scrupoli, proprietario della bisca situata accanto alla bottega del caffè. E poi… la vita della piazza, in tutta la sua divertente ma cruda realtà! La commedia è chiaramente a lieto fine, ma… la “arringa difensiva” di Don Marzio, rappresenta una curiosa, simpatica ma spietata attualità, in cui il “colpevole”, gentiluomo che mai aveva messo in dubbio la bontà delle proprie intenzioni, come mai aveva contemplato l’idea di poter parlare o agire male, si vede costretto a riconoscere le proprie colpe ed andarsene. Quasi un monito per i nostri giorni!







Caligola
Cosa può fare un giovane che all’improvviso si scontri col dolore lacerante della morte, con la perdita irrimediabile dell’unico amore? “Come si può continuare a vivere con le mani vuote, mentre prima stringevano l’intera speranza del mondo”? Eppure accade; accade sempre; accade ancora. Se però quel giovane avesse nelle sue mani vuote tutto il potere del mondo? Se si chiamasse Caligola? Se fosse un imperatore e potesse sottomettere al suo arbitrio tutti gli uomini? Forse potrebbe scegliere di tentare una nuova strada, per dare un senso al mondo: una strada che liberi la vita da tutto ciò che è falso e meschino; una strada che porti all’assoluto, alla realizzazione dell’impossibile, a mettere la luna nelle sue mani! Per Caligola questa strada passa attraverso l’ eliminazione di tutte le contraddizioni di cui è impastata la vita stessa degli uomini, costringendo tutti alla logica, a qualsiasi costo, fino alle estreme conseguenze: fino ad eliminare, insieme alle contraddizioni, anche chi si contraddice. Costringere gli uomini ad uscire dalla loro mediocrità, contro la loro stessa volontà, è un “atto d’amore” che porterà inevitabilmente Caligola ad una serie infinita di violenze. Finché crollerà anche la sua illusione di essere “l’unico uomo libero”, l’unico “puro nel male”: scoprendosi dentro le stesse miserie che avrebbe voluto eliminare negli altri e con in più la consapevolezza di non aver avuto giustificazioni; senza più ragioni, circondato solo dai suoi morti, la sua fine sarà inevitabile.








La fortuna si diverte
La fortuna si diverte con Alfredo Sessola, protagonista di un sogno premonitore che porta i numeri del lotto buoni per cambiar vita ma anche un infausto presagio che diventerà il filo tragicomico della vicenda. Su questa semplice trama si innestano gli elementi classici del teatro popolare: una famiglia di campagna con moglie sempre pronta al rimbrotto, figlia innamorata di uno straniero e compare un po’ tonto. Per tutti il gran salto nella scala sociale con tanto di casa in città e servitù, grazie alla portentosa vincita del capofamiglia con i numeri avuti dal “Divin poeta”. Ma…”signori si nasce” e la famiglia Sessola, nel tentativo di smettere i panni contadini per vestire quelli signorili sarà protagonista in un’incalzante quanto involontaria comicità.







El moroso dela nona




La commedia narra le vicissitudini di una famiglia di barcaioli veneziani alle prese con una serie di avvenimenti imprevisti. I personaggi coinvolti nell’intreccio sono magistralmente espressi e raccontati attraverso l’uso di un linguaggio colorito, particolarmente efficace e facilmente comico. Nella commedia si scontrano i vari caratteri dei sette personaggi protagonisti; in particolare i due vecchi, Rosa e Bortolo, che dopo anni di separazione si rincontrano per pura combinazione. E’ la storia di una povera famiglia che vede il suo piccolo, prevedibile quotidiano sconvolto da inattese vicende economiche e amorose e questo consente all’autore l’occasione di indagare, col sorriso, gli effetti degli eterni dissidi cuore-ragione, convenienza-felicità. La narrazione si colora così di sentimenti di grande umanità, quella di personaggi capaci di dare il giusto valore ai legami e agli insegnamenti dell’esperienza, ai ricordi e ai mutamenti. E il lieto fine è garantito proprio da piccole lezioni di avvedutezza, di tolleranza e di buon senso.







IL RATTO DI ARIANNA tratto da un canovaccio di Commedia dell’Arte con maschere ed attori




Regia: Federico Granziera e Barbara Riebolge
con la supervisione artistica di Giorgio Bertan

Una storia tanto antica quanto moderna e attuale in cui si fondono commedia e motivi tragici, problemi amorosi ed economici.
Il filo rosso che percorre le vicende è la cupidigia, che si fa molla dell’esistenza.
Così Cristiani e Turchi partecipano di un medesimo destino, sono messi alla prova in eguale misura, vengono guidati dalle stesse smanie. L’avidità di Pantalone non è poi così diversa da quella dell’antagonista Turkan e la condizione della giovane Arianna - vittima ora della brama di denaro del padre che la vuole maritare a un buon partito, ora del desiderio del Gran Muftì - non cambia molto sia che si trovi nella casa paterna a Venezia che relegata in un harem destinata al piacere del signore di Corfù. L’isola, ritratto di un regno lontano incantato ed esotico, si rivela ugualmente una prigione. La brama governa pure le vicissitudini dei meno agiati con la loro voglia di riscatto come i servi e la strega imbrogliona.
Un canovaccio di Commedia dell’Arte nel quale si muovono personaggi e maschere, con le cadenze tipiche di questo genere di spettacolo, tra paradossi ed esilaranti gags, riproponendo un teatro che ha peculiari somiglianze con la fiaba ma che, nel contempo, si fa metafora della realtà.







La locandiera di Carlo Goldoni




L'opera, costruita su misura per la brillante attrice Maddalena Marliani, cavallo di battaglia poi nel tempo per molte altre grandi interpreti, è una vera e compiuta "commedia borghese”, tutta imperniata su un personaggio, già abbozzato in varie opere precedenti, della donna attraente e avveduta, che usa con vivacità, arguzia, garbo e accortezza le arti della seduzione per far trionfare, davanti a chi le bistratta e le disprezza, le "ragioni" di tutte le donne, "che sono le migliori cose che abbia prodotto al mondo la bella madre natura".
In un abile gioco di contrapposizioni - compensazioni, che servono a evidenziare i "caratteri" e a rendere agile e mosso l'intreccio, tolte alcune scene di proposito dal regista, non essenziali allo svolgimento del tema principale, ben presto lo spettatore ha presenti i dati iniziali: una locanda, una locandiera, presente prima nei cuori e sulla bocca dei clienti e poi di persona, sempre comunque al centro della scena, un marchese spiantato capace solo di offrire "protezione", un conte aggressivo e spavaldo, che ha "comprato" il titolo, convinto che per farsi valere servono più "i quattrini" della nobiltà, sempre in gara fra loro per conquistarsi le grazie della donna.
Ma a pungere sul vivo Mirandolina e a spingerla a una sottile vendetta è un cavaliere, rude, goffo e misogino, che la ferisce nella sua femminilità perché considera le donne "una infermità insopportabile". A far da spalla alla giovane sta il suo aiutante Fabrizio (i soli due nomi propri!), a cui lei è stata promessa in sposa dal padre morente, che Mirandolina "usa" con libera disinvoltura per attuare il suo piano e poi accoglie ben volentieri come marito al momento della stoccata finale data ai tre spasimanti, in particolare al malcapitato cavaliere, dopo averlo "cotto, ricotto e biscottato" per bene!
Caratteristici sono i monologhi della locandiera, che stabiliscono una segreta intesa col pubblico, a cui è riservata l'ultima strizzatina d'occhio dalla vivace e vibrante protagonista con l'invito a "ricordarsi” di lei, quando la luce della giovinezza si spegne, si rientra nella normalità della vita coniugale e le esperienze più "libere" e avvincenti di quella età meravigliosa diventano nostalgie, emozioni, «ricordi" appunto!







Palabras Y Tango
"Palabras Y Tango" un variegato e raffinato spettacolo sul mondo del tango composto da musica, poesia, pezzi tetrali e naturalmente ballo, il tutto miscelato in una atmosfera da caffè danzante nella Buenos Aires degli anni 30. Si tratta di una rappresentazione che oltre agli attori si avvale della collaborazione di un' ochestra di clarinetti, di un chitarrista classico e di maestri ballerini di tango.







La Maledizione di Kulyenchikev
“La maledizione di Kulyenchikev” è un adattamento della fiaba comica “Fools” di Neil Simon. Opera poco nota in Italia dell’autore de “La strana coppia” e di “A piedi nudi sul parco”, si rifà alla tradizione popolare ebraica dell’est Europa, che narra del leggendario villaggio degli sciocchi, l’antico borgo di Chelm.
Simon, pur mantenendo il significato più profondo dell’antica leggenda, la sfronda da ogni connotazione etnico-religiosa, dando luogo ad una commedia ”moderna” sul trionfo dell’amore sopra la stupidità.
Più attuale di quanto a prima vista possa sembrare, “Fools” esplora attraverso situazioni divertenti e surreali, l’ignoranza che, come una vera calamità affligge la nostra società.
L’insegnamento ultimo che ci viene da questa divertente “fiaba” è quello di aprire gli occhi e spezzare le catene che imprigionano l’intelligenza di ognuno, perché, se la stupidità del singolo può essere controllata, la stupidità di coloro che detengono il potere no, con conseguenze devastanti sulla vita di tutti.







UNA PRESTAZIONE ECCEZIONALE ovvero IL PAPOCCHIO di Samy Fayad
tre atti
adattamento e regia di Roberto Zannolli

LA STORIA
E’ un’uggiosa mattina d’inverno dell’anno ’63 ed i casi che si presentano nello studio legale Russolillo e C. sono di quelli che volgerebbero sicuramente al rosa qualsiasi giornata.
Si presume che un adulterio venga consumato con discrezione e che gli attori restino defilati, ma quello avvenuto vent’anni prima presso l’Hotel Impero di Cremona non si è svolto in sordina: infatti ha visto i protagonisti impegnarsi in una prestazione eccezionale, così eccezionale da essere gratificata con un buono sconto del 50%.
Attenuante coi fiocchi per l’eventuale uxoricida in un processo per delitto d’onore!
E che dire di due gemelli così poco “gemelli” da far nascere il sospetto di essere stati concepiti con partners diversi.
Evento improbabile, ma possibile: comunque una manna per gli avvocati!
Un comitato di festeggiamenti, per celebrare una solenne ricorrenza commissiona ad una nota ditta la statua di un ben preciso santo e vorrebbe poi che gli fosse consegnata la statua di quel santo e non quella di un altro beato.
Causa di risarcimento che non da adito a dubbi.
Una pratica di pensione necessita – si sa – di tempi lunghi, però dieci anni risultano, francamente, un poco eccessivi.
Per battere la burocrazia è giocoforza far ricorso all’assistenza di un leguleio.
Certo, Alfonso Russolillo non è quello che definireste un principe del foro: avvocaticchio napoletano in terra veneta, afflitto da una cognata petulante e un poco razzista, affronta i casi giudiziari che gli si presentano con bonomia partenopea, mantenendo sempre i piedi per terra e sviscerando i “fatti” con razionalità e buon senso: come spesso ama ripetere “i fatti! Solo i fatti contano!”.
Nella sua attività egli è affiancato professionalmente da Lettieri, volenteroso giovane di studio aspirante baritono e dal tuttofare Carisi, un ex ladruncolo recuperato all’onestà (nei comportamenti, ma non nella vocazione) da un comitato di bacchettoni.
Ma questi ultimi fatti, che vedono coinvolto il suo studio – così semplici all’apparenza – si riveleranno oltremodo compositi, mettendo a dura prova logica ed intelligenza; così che alla fine il povero Russolillo vedrà vacillare le sue certezze, costretto a mendicare – senza peraltro trovare soddisfazione – quelle risposte che la ragione dribbla.

Adattamento della pièce “Il papocchio” – scritta alla fine degli anni ’60 da Samy Fayad e portata al successo da Nino Taranto – “Una prestazione eccezionale” è una commedia brillante, in alcuni momenti decisamente comica, che si distingue per la caratterizzazione dei personaggi, la vivacità del ritmo e i numerosi colpi di scena.

L’AUTORE
Samy fayad, autore italiano di origine libanese nato a Parigi nel 1925, trascorse l’infanzia in Venezuela e all’età di 13 anni si trasferì a Napoli, dove visse fino alla sua scomparsa avvenuta nel 1999. Ancora studente universitario nel 1944 entrò a lavorare alla Radio di guerra degli Alleati e, successivamente, si dedicò alla carriera giornalistica alla RAI ed all’attività di autore teatrale.
Le sue opere dal respiro internazionale – tradotte, rappresentate e teletrasmesse nei maggiori paesi d’Europa ed America – per il pubblico italiano sono state portate in scena da primarie compagnie nei più prestigiosi Teatri della penisola.
Fra le oltre trenta commedie scritte ricordiamo: “Come si rapina una banca” (1967) rappresentata da Peppino De Filippo, “Il settimo si riposò” (1969), “Il papocchio” (1970), “Un gran bene di consumo” (1973), tutte rappresentate da Nino Taranto, “Il premio di nuzialità” interpretata da Silvio Spaccesi, “Cose turche” (1982), “Per mezzora di sfizio” (1988) e ultima in ordine di tempo “La conoscenza dell’inglese”.
“Il suo repertorio, vasto e originalissimo, ha toni e timbri inconfondibilmente basati sulla costante del più autentico umorismo che non si limita all’aggressività della battuta comica, ma si risolve in un civile atteggiamento di critica nei confronti degli altri e di sé ( il segreto dell’umorismo è infatti quello di saper ridere anche di se stessi) che confina con una forma di pietà per tutte le debolezze umane”. (Alberto Perrini)
Samy Fayad è noto anche come scrittore di fantascienza: i romanzi “Ulix il solitario” (1959) e “la collina di Hawotack” sono stati pubblicati nella collana URANIA di Mondatori.







LE BUGIE HANNO LE GAMBE CORTE di Vittorio Barino e Martha Fraccaroli




Due atti di Vittorio Barino e Martha Fraccaroli.
Adattamento e regia di Roberto Zannolli.

LA STORIA
Festività natalizie ai giorni nostri: Arturo Vanghina, industrialotto lombardo in difficoltà economiche, ha invitato un collega tedesco a trascorrere il week-end nel suo chalet di montagna, con la speranza di stringere un importante accordo commerciale.
Ha invitato anche la “carissima amica” Beatrice, moglie del carissimo amico Isidoro, il quale trascura la consorte per dedicarsi all’hobby della pesca.
Per giustificare la presenza in casa di Beatrice, Arturo ha bisogno di un uomo di paglia e per questo ha invitato anche il carissimo amico Osvaldo, pregandolo di farsi passare per il “carissimo amico” di Beatrice. Arturo però ignora che Osvaldo è il “carissimo amico” della propria moglie, la sanguigna signora Giovanna. Osvaldo a sua volta non conosce questa Beatrice e, lasciato solo in casa, sentendo suonare il campanello va ad aprire: sulla porta c’è la cuoca dell’albergo Belvedere – venuta per aiutare a preparare la cena agli ospiti e che (quando si dice il caso!!) si chiama pure lei Beatrice!
Da questo momento è tutto un susseguirsi di equivoci, colpi di scena, azioni furbesche e soprattutto bugie: bugie per sviare sospetti; bugie per nascondere tradimenti, bugie per mascherare false identità: bugie per coprire altre bugie.
Tante bugie che coinvolgono mariti, amanti, amici più o meno “carissimi”, e finanche il personale di servizio, ma sono bugie dalla vita breve perché, come è noto: le bugie hanno le gambe corte! e qualche volta… cortissime!

La commedia derivata – nello spunto iniziale – dalla pièce “Pigiama per sei” del francese Marc Camoletti – non ha altro scopo che quello di offrire agli spettatori due ore di sano divertimento anche se – oltre a quella del titolo – qualche altra morale, sotto sotto, salta fuori, quale ad esempio: dai nemici mi guardo io ma dagli amici, specie se “carissimi”, mi guardi Dio!.

GLI AUTORI
Vittorio Barino (1935): commediografo, regista teatrale e televisivo, è stato a capo del Dipartimento Spettacolo della TSI (Televisione Svizzera Italiana). Ha scritto commedie in dialetto ed in lingue che hanno avuto tra gli interpreti Enrico Beruschi e Yor Milano.
Tra le più note: “tremila paia di scarpe”; “Scapà e turnà, gh’è tutt da guadagnà”; “Riunione di condominio”; “Romeo Tettamanti e Giulietta Tiraboschi” e la recentissima “Buonasera, sior Sindaco”.
Si dedica con particolare successo di pubblico alle realizzazioni della Compagnia del Teatro Dialettale di cui ha fatto parte Martha Fraccaroli (1928) regista, scrittrice, attrice di successo della Svizzera Italiana, nonché insegnante di recitazione, e con la quale ha scritto a quattro mani “Ol consiglier da stat”; “I surpres dal divorzi”; “I busii g’han i gambi cort”.







UN PREMIO ALA FAMEJA di Aldo Durante
La famiglia!
Quante volte all'origine di gesti sublimi di abnegazione, di coraggio, di eroismo e di sacrificio.
E quante volte, ahimè, alibi per nascondere viltà, opportunismo, piaggeria e sinecura.
Nel dopoguerra Leo Longanesi arrivò a suggerire che sulla bandiera campeggiasse anche la scritta “TENGO FAMIGLIA”.
La famiglia!
Magari detestata dal singolo ma – da sempre – amata, plaudita, vagheggiata,
sollecitata, favorita da chi ha il potere.
Vuoi per calmare i bollori giovanili e raffreddare le teste calde: ecco la famiglia camomilla; vuoi per indirizzare i consumi e favorire la produttività: ecco la famiglia pago due e compro tre, o vuoi più semplicemente per ottenere consensi esaltandone e difendendone i valori: la famiglia con l'indice di gradimento.
La famiglia!
Al suo fascino non poteva certo restare insensibile la propaganda di regime.
Per stimolare la prolificità degli italiani, tanto necessaria a popolare l'impero, il fascismo istituì in ogni provincia il “Premio alla famiglia più numerosa” diventato – con l'entrata in guerra - “Premio alla famiglia più numerosa avente il maggior numero di figli alle armi”.
Premio appetibile assai, sia per la dotazione in lire che per il prestigio derivante, con tanto di grottesco regolamento che nel computare il nucleo familiare assimilava i figli
morti a quelli in vita, discriminandoli però a seconda in quale guerra fossero deceduti.
• Guerra in corso: i figli morti sono equiparati ai vivi.
• Guerra di Spagna o di Etiopia: i figli morti sono morti e basta; fanno
punteggio zero.
Non è difficile immaginare espedienti, brogli ed accorgimenti messi in atto per far lievitare il nucleo familiare e portarsi a casa l'ambito premio: il più semplice riuscire a combinare matrimoni fra vedovi con prole possibilmente numerosa) a carico; il
più rischioso falsificare gli stati famiglia.
Ambientata nel 1944 in un non meglio identificato paese della Marca, il cui
Municipio è centro di intrighi, ricatti e compromessi, la commedia di Durante parte dal contesto storico sopraesposto e sviluppa la sua azione su più temi: il grottesco burocratico, il moralismo ottuso, l'opportunismo politico, il perbenismo da “pochade” e ancora guerra, razzismo e borsa nera.
L'autore non esplicita giudizi (e in questo la regia lo asseconda ovattando scene e costumi nei toni grigi dei film dell'epoca) rifuggendo dal creare personaggi simbolo da contrapporre in maniera manichea.
Non ci sono buoni e non ci sono cattivi: ci sono invece uomini e donne con le proprie virtù, (poche a dire il vero) e debolezze, colti nelle loro vicende pubbliche e private, mentre sullo sfondo si avverte, incombente con il suo straziante carico di dolore, il tragico bombardamento di Treviso del 7 Aprile.

ALDO DURANTE, nato a Montebelluna (Treviso) l’11.10.44, si è laureato in lettere ed ha insegnato per venti anni nella scuola media. Attualmente è direttore del Museo dello Scarpone e
della Calzatura Sportiva, espressione culturale di un’attività che è alla base dell’economia montelliana. Ha scritto numerose opere teatrali, radiodrammi, sceneggiature sia in lingua italiana, sia in lingua veneta e tra queste spiccano quelle dedicate alla saga dei Broccon, vicissitudini di poveri veneti attraverso 150 anni di avvenimenti bellici, politici e sociali, ed alla quale la presente commedia idealmente si ricollega.







"MA PER FORTUNA E' UNA NOTTE DI LUNA" di Ermanno Carsana
In una notte di luna piena, due ladri sgangherati tentano goffamente di derubare Madame, la padrona di casa, del suo celeberrimo e prezioso diadema, all'interno della sua villa gentilizia, dove, la stessa figlia, con un poco complice fidanzato e soprattutto poco probabile, cerca di accaparrarsi, lei stessa, il gioiello.

Il tutto con l'accompagnamento musicale suonato sul palco da una jazz band.







"TAXI A DUE PIAZZE" - di Ray Cooney
"Taxi a due piazze" narra della doppia vita di Mario Rossi, tassista romano che cerca di uscire da una complicata situazione che lo vede marito di Carla Rossi e allo stesso tempo di Barbara Rossi, entrambe preoccupate per una sua lunga assenza da casa.
A complicare le cose interverranno poi il suo vicino di casa Walter e due brigadieri intenti a far luce sulla faccenda.
Una serie di equivoci, malintesi e coincidenze porteranno ad un finale scoppiettante e a sorpresa!







MEGLIO QUESTA! di Giancarlo Loffarelli
“Meglio questa!” è una commedia in due atti che rappresenta l’evoluzione di un’azione unitaria, dove alcuni imprevisti colpi di scena inceppano il naturale svolgimento di una brillante commedia dialettale. Il meccanismo strutturale dell’opera è quello delle scatole cinesi, dove ogni verità che sembra definitiva si apre ad ulteriori sviluppi che la rendono vana e tutto, alla fine, risulterà essere un paradossale tentativo di attirare l’attenzione sulla compagnia da parte della stampa e dell’opinione pubblica: una giornalista infatti cade nella trappola e questa è l’unica cosa “vera” di tutta la vicenda. Quelli che nel corso della vicenda sembrano essere nemici arroccati su sponde opposte, alla fine si rivelano essere un’unica “banda” decisa a tutto pur di raggiungere il proprio scopo: sopravvivere alla crisi economica che attanaglia la compagnia e continuare a fare teatro in condizioni migliori.
Insomma, una travolgente catena d’apparenti verità destinate a rivelarsi infondate tranne che al momento dell’esito finale, quando la commedia si rivela essere una descrizione satirica della società fondata sul sensazionalismo a tutti costi, dove la notizia è più vera quanto più eclatante. A farne le spese, in questa occasione, è un’arte “timida” come quella del teatro, di per sé così aliena da sensazionalismi di ogni tipo, che per farsi largo è costretta a cercare compromessi con uno stato di cose estremo e delirante. È questa infatti l’altra tematica che emerge: il teatro è schiacciato da un progressivo rincorrere la notizia “bomba” da prima pagina; teatro che vive invece di rapporti umani semplici, forti e coinvolgenti; teatro che riesce ancora a trovare uno spazio vitale grazie a quell’arte d’arrangiarsi, sperimentata nel corso dei secoli da generazioni di attori girovaghi, comici e guitti. Il pubblico è coinvolto da una serie di esilaranti colpi di scena che rendono alta la tensione dall’inizio alla fine così come pure il livello comico. La separazione fra scena e sala è completamente annullata, favorendo invece un’estrema mobilità degli attori fra i due spazi che, pur restando architettonicamente separati, cessano di esserlo drammaturgicamente.







NO TE CONOSSO PIU'!




Autore: Aldo de Benedetti
Titolo Originale: NON TI CONOSCO PIU'
Traduzione in dialetto Trevigiano: Gigi Mardegan.
Atti: 3
Durata: 100 minuti
Regia: Alberto Moscatelli

Nella Treviso negli anni ’60, in casa Malipieri, ambiente apparentemente sereno e tranquillo, è scoppiato il dramma: Luisa non riconosce più il marito Paolo e, ritenendolo un intruso, lo vuole cacciare di casa. Il professor Perferdinando Spinelli, medico psichiatra, diagnostica un vuoto di memoria che si spera limitato nel tempo. Ma la guarigione non sarà così immediata… Le cose si complicano ulteriormente con l’arrivo dall’Inghilterra dell’invadente zia Clotilde, esuberante scrittrice inglese, e di sua figlia Evelina. Tra un equivoco e l’altro, marito, moglie e dottore si ritrovano ad analizzare le loro condizioni – rispettivamente di marito, moglie e scapolo – e, più in generale, il significato ultimo del matrimonio. Ma quando ormai sembra tutto risolto ed il sipario già sta calando, arriva sul pubblico il colpo di scena finale.
Con uno stile secco e pungente, viene analizzata e portata alla ribalta la crisi della borghesia e dei suoi riti famigliari, denunciando il vuoto di passione e sentimenti che l'esteriorità perfetta del rapporto di coppia tenta inutilmente di nascondere. Questa commedia, scritta originariamente da Aldo de Benedetti nel 1932, viene qui riproposta in una inedita traduzione in dialetto trevigiano a cura di Gigi Mardegan.







Sior Todero brontolon di Carlo Goldoni




La commedia fu rappresentata con pieno successo al teatro San Luca nel gennaio del 1762, qualche mese prima del definitivo trasferimento a Parigi dell'autore. Viene considerata da diversi critici la più "molieriana" delle opere goldoniane, perché il carattere dominante del protagonista è abbozzato con una forza e una "verità" straordinarie, che richiamano in diversi momenti, per la taccagneria di Todero, "L'avare" di Molière. Anche per questo motivo, non c'è stato nessun grande interprete del teatro goldoniano, dal "coneglianese" Ferruccio Benini, a Cesco Baseggio, a Gastone Moschin e a Giulio Bosetti, solo per citarne alcuni storicamente famosi, che non abbia amato l'opera e non si sia cimentato nel ruolo del protagonista.
Quanto sia profonda, poliedrica e complessa la figura di Todero lo fa capire il Goldoni fin dal sottotitolo ("o sia il vecchio fastidioso") e più estesamente nella sua "introduzione": "Todero... non è un brontolon solamente, ma avaro e superbo...Ma come la sua superbia consiste solamente nel comandar con durezza... e la sua avarizia è accompagnata da un taroccare fastidioso, insolente, ho creduto bene d'intitolarlo dal difetto suo più molesto...".
La trama della commedia è lineare, anche se piena di improvvisi colpi di scena e di accelerazioni drammatiche e comiche. Todero è l'indiscusso "patron" di una famiglia rigidamente patriarcale, in cui tutti devono dipendere dal più anziano: il figlio imbelle Pellegrin, la nuora battagliera Marcolina, la timida "nezza” Zanetta, il suo fattore Desiderio col figlio Nicoletto, il vecchio servo Gregorio e la cameriera Cecilia.
Fin dalle prime scene appare chiaro il "carattere" del protagonista nei commenti salaci di Marcolina e Cecilia, perché il vecchio in casa mette tutto sotto chiave per la sua spilorceria. Ma ecco la novità: arriva la vedova Fortunata a chiedere la mano di Zanetta per il cugino Meneghetto "che no gh'ha un vizio al mondo", anzi "un'aria da zentilomo". Marcolina, conscia di dover chiedere il consenso al "missièr", che "el xe un de quei vecchi che no vol ben altri che a se stessi", confidando sulla sua avarizia "per liberarse da una boca de più”, accetta la proposta di Fortunata e così i due giovani, che già si erano visti, potranno incontrarsi in casa di Marcolina.
Todero, dopo che si è tanto parlato di lui, entra in scena, ma col progetto: di "sistemare" Zanetta con Nicoletto, soprattutto perché così la "dota" rimarrà in casa. Quando Pellegrin va dal padre, mandato dalla moglie, a chiedere il consenso di sposare la figlia già promessa, il "patron" caccia malamente il figlio "alocco" e si affretta a concludere l’”affare" con Desiderio e Nicoletto. La situazione sembra precipitare, ma a questo punto Marcolina, nella sua disperazione, trova due decisi alleati in Fortunata e Meneghetto, innamorato di Zanetta. Todero, sempre più prepotente e brontolone, è ben risoluto a non badare alle ragioni umane e di "reputasiòn" né della "scempia" nuora, né della "spussetta" nipote.
Meneghetto chiede un incontro col vecchio "omazzo", ma, pur disposto a sposare Zanetta "senza dota", non ottiene ancora il consenso. Allora le due donne prendono il le corna e, in una scena concitata che ricorda le pagine manzoniane del matrimonio segreto nei Promessi Sposi, combinano l'unione fra l'ingenuo Nicoletto e la ben disposta Cecilia. Cosa fatta capo ha. La parola magica "senza dota" convincerà infine Todero a cedere, anche se riserva ancora al frastornato Pellegrin, che arriva buon ultimo sulla scena, la rancorosa battutaccia:”Martufo”. Le parole finali, come quelle iniziali, spettano alla vera antagonista del vecchio "brontolone: la signora Marcolina, che con la sua tenacia e la sua pazienza riesce alla fine a domare l'orso "aspro e indiscreto" e a dare un degno marito a Zanetta ("le me viscere").
Anche se alcuni passaggi possono sembrare un po' troppo teatralmente costruiti, anche se i toni si fanno talora furiosi e caricaturali, col flusso rapido e sussultante dell'intreccio verso lo scioglimento finale, col ritmo incalzante di emozioni e stati d'animo, che ora mettono in ansia, ora commuovono, ora fanno ridere, la commedia riesce a coinvolgere e a divertire grandi e piccini anche solo a leggerla, figurarsi al poterla tutta godere e gustare sulla scena! Todero rappresenta un tipo umano universale: le persone egoiste e brontolone, specie di una certa età, esistono dovunque. Ecco allora, in conclusione, come lo stesso Goldoni detta la sua morale: “La Commedia consiste nell’esposizione di un carattere odioso, affinché se ne correggano quelli che si trovano, per loro disgrazia, da questa malattia attaccati”.








UN DHÈNERO PITÒC di Gino Zanette
Il matrimonio tra Faustin e Melia si trascina avanti in un irrimediabile grigiore, sia per l'indolenza di Faustin, uomo dalle modeste aspettative, sia per la contrarietà di Justina ad aiutare finanziariamente la figlia, alla quale non ha perdonato di aver sposato un uomo di origini mediocri ed incapace di qualsiasi iniziativa per migliorare le condizioni della famiglia. Un giorno, però, Melia, quando avanti con gli anni, aveva ormai abbandonato ogni speranza, si accorge di attendere un figlio. Questa importante novità costituisce per Faustin il momento del clamoroso riscatto. Ma è a questo punto che Justina non esita a insinuare il sospetto che l'inattesa gravidanza non possa che essere il frutto di un tradimento occasionale della figlia; e con lucida astuzia, giocando su fortuite coincidenze, riesce nell'intento di coinvolgere inconsapevolmente nelle proprie macchinazioni non uno, ma ben due probabili padri alternativi. In mezzo a questo gioco assurdo e perverso, ma divertente, hanno luogo nella casa le frequentazioni ed i riti che accompagnavano in quel tempo (siamo negli anni ’30) la nascita di un figlio, fino alla conclusione che, sul vagito del neonato maschio, farà sorgere un ultimo assillante interrogativo.







LA CASA NOVA di Carlo Goldoni




Il protagonista Anzoletto, un nobile veneziano in non brillanti condizioni economiche e con una sorella da maritare, decide di accontentare la moglie Cecilia, sposata da poco, e abbandona la vecchia casa perché poco adatta ai gusti e alle abitudini della giovane consorte, e prende in affitto una casa nuova. Ma sono tante e tali le modifiche che i capricci e le ambizioni della donna impongono al malcapitato marito per sistemarla, che rischia non solo di non far fronte alle spese relative, ma anche di compromettere la possibilità di dare la dote necessaria per trovare un marito alla sorella. Egli avrebbe uno zio ricco che lo potrebbe aiutare, ma la sua condotta scriteriata ha talmente deteriorato i rapporti con lui che è impensabile sperare nel suo soccorso. La fortuita presenza di due donne che occupano il piano superiore della stessa casa, di un loro nipote innamorato di Meneghina, sorella di Anzoletto, e, soprattutto, la spregiudicata intraprendenza della stessa Cecilia, faranno sì che si troveranno le soluzioni più appropriate in un finale di commedia divertente e tutto da gustare.







UNA SERATA D'ALTRI TEMPI




Divertente rivisitazione di tradizioni e avvenimenti dei nostri paesi sullo sfondo del "Ventennio", attraverso letture animate, brevi rappresentazioni teatrali tratte da brani di autori contemporanei, e filmati d'epoca.







"IL MISTERO DELLA MORTE DI OTTAVIO BOTTECCHIA"




Un reading a cura di Gino Zanette a più voci dialoganti, con parti sceneggiate e recitate, proiezioni di diapositive, spezzoni di filmato e commenti musicali, che tenta di far luce sulla morte del ciclista Ottavio Bottecchia, avvenuta in circostanze misteriose a Peonis il 3 Giugno del 1927.


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