Compagnia Stabile del Leonardo (TV)

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NOME COMPAGNIA: Compagnia Stabile del Leonardo
ANNO ISCRIZIONE FITA:
RAPPRESENTANTE LEGALE: Maurizio Damian
COMUNE: Treviso
TELEFONO: 0422302229
E-MAIL: maurizio.damian@libero.it
SITO INTERNET: www.teatroleonardo.org


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Clicca sui titoli degli spettacoli teatrali elencati qui di seguito per leggere il dettaglio.











Enrico IV




Enrico IV: il vero nome del protagonista non viene mai pronunziato; egli possiede solo quello dell’imperatore germanico, la cui parte impersonava durante una cavalcata in costume svoltasi nella sua lontana giovinezza. Il trauma seguito alla caduta da cavallo, provocata dal suo rivale in amore Tito Belcredi, lo ha tenuto imprigionato in quel personaggio lungo dodici anni d’inconsapevole innocenza. Per tutto questo tempo il nipote Carlo Di Nolli ha assecondato la sua innocua pazzia, facendolo vivere in un castello, in mezzo a compiacenti stipendiati che ne assecondano le fantasie e gli umori. Quando all’insaputa di tutti rinsavisce, “Enrico IV” si rende conto di essere stato defraudato della sua giovinezza e del suo futuro; così, nell’impossibilità di rientrare in possesso della sua vita, decide di continuare a recitare la sua pazzia. Trascorsi altri otto anni, sopraggiungono, ad interrompere la sua esistenza fuori dal tempo, i protagonisti della sua giovinezza: Matilde, la donna amata, e Belcredi, ora amante di lei, accompagnati da un supponente dottore incaricato di farlo rinsavire.

E’ il tempo col suo inarrestabile fluire l’elemento centrale del dramma; il tempo, che lo ha lasciato indietro, a cui il protagonista inutilmente e titanicamente si oppone con la sua disperata scelta di astrarsi da quel mondo degli altri, che non può più essere il suo. E, sopravvissuto assurdamente al tempo, il ricordo d’un amore, che continua a trascorrere nei deliri e nei sogni di vent’anni, per poi materializzarsi all’improvviso in Frida, la giovane figlia di Matilde, così somigliante a lei che Enrico ha l’impressione, abbracciandola, di potersi riappropriare di ciò che la vita gli ha subdolamente tolto. Il paradosso che ne deriva non può che portare all’inevitabile tragedia...







L'Importanza Di Essere Franco




"The Importance of Being Earnest" (sottotitolo "Commedia frivola per gente seria") fu rappresentata, con grande successo, per la prima volta a Londra nel 1895. E' nota in Italia con i titoli "L'importanza di chiamarsi Ernesto" o "L'importanza di essere Onesto" o ancora "L'importanza di essere Franco" per l'intraducibile gioco di parole contenuto nel titolo originale, nel quale il nome Ernesto si pronuncia in inglese come la parola "onesto, franco".

Massimo esponente del movimento estetico di fine '800, Oscar Wilde è uno di quegli artisti la cui vita spregiudicata (processato e riconosciuto colpevole per sodomia trascorrerà oltre un anno in carcere) rischia non solo di confondersi con la sua opera, ma addirittura di sostituirsi ad essa. Nella sua personalissima visione del mondo, infatti, egli ritiene che sia la vita ad iitare l'arte e non viceversa, al di là di ogni pregiudizio moralistico.

Raffinato eccentrico in questa commedia egli sbeffeggia l'immobilismo salottiero della società vittoriana, usando dialoghi apparentemente assurdi costruiti con paradossale solennità, nei quali gli argomenti trattati, siano essi frivoli o seri, sono posti sul medesimo piano. A tratti tutto sembra ruotare proprio attorno all'universo della parola, che, soppiantando l'azione, si trasforma nella sola realtà viva della commedia. Una parola soavemente tagliente, però, capace di fare a pezzi un mondo incapace, esso sì, di distinguere la realtà dalla farsa, il serio dal faceto, il vero dal falso... Sempre che verità e falsità si possano distinguere.







Il malato immaginario




Medici, servi e familiari soggiogati ai prepotenti egoismi di un sanissimo inetto alla vita: un incessante turbine di personaggi voluti forzatamente per sé e accanto a sé, con cui il “malato” si imprigiona in una sua illusoria condizione di malattia. Una pavida fuga dalla realtà, confinata fuori dal proprio letto e dalla propria vita, con l’illusorio supporto delle scienze mediche a cui egli affida ciecamente la sorte della propria esistenza.

“Queste sono le vuote idee con cui cerchiamo di illuderci: le fantasie della medicina! Ma se devo poi pensare alla mia realtà e alla mia esperienza, di tutto questo non rimane poi niente. E tutto finisce come uno di quei bei sogni che alla fine lasciano solamente il disappunto di averci creduto”.







Porta chiusa




Una stanza che non è una stanza, un cameriere che non è un cameriere. Garcin, Ines ed Estella non trovano interruttori per spegnere la luce, né letti per riposare ed evadere da una realtà soffocante, né specchi per vedersi. Possono ritrovare la propria immmagine solo "specchiandosi" l'uno negli occhi dell'altro. Indagando, fino a scoprire le radici delle colpe che ciascuno si porta dentro.

Non ci sono strumenti di tortura fisica in quello strano inferno: ognuno dei tre scopre che la propria condanna consiste nell'essere perpetuamente giudicato dagli altri due, ognuno è destinato ad essere per sempre giudice - boia - vittima degli altri due.

Il gioco al massacro potrebbe interrompersi all'aprirsi improvviso dell'unica porta, ma nessuno uscirà (per andare dove?). Ormai un legame indissolubile li tiene uniti: Estella desidera Garcin, questi vuole Ines e Ines Estella. Ma proprio nella negazione totale di ogni possibile rapporto sta la loro condanna. In eterno.

Uno dei temi fondamentali della filosofia sartriana è l'impossibilità di una relazione positiva con gli altri. Tale affermazione sancisce l'estraneità assoluta tra gli esseri viventi, per cui l'inferno è qui sulla terra, in un'insuperabile solitudine. Ma proprio dal baratro del pessimismo Sartre lancia una sfida al destino dell'uomo: se è vero che ogni esistenza è condizionata dalla presenza degli altri, è altrettanto vero che tutti gli altri uomini sono fondamentali per ciascun individuo.







Caligola
Cosa può fare un giovane che all’improvviso si scontri col dolore lacerante della morte, con la perdita irrimediabile dell’unico amore? “Come si può continuare a vivere con le mani vuote, mentre prima stringevano l’intera speranza del mondo”? Eppure accade; accade sempre; accade ancora. Se però quel giovane avesse nelle sue mani vuote tutto il potere del mondo? Se si chiamasse Caligola? Se fosse un imperatore e potesse sottomettere al suo arbitrio tutti gli uomini? Forse potrebbe scegliere di tentare una nuova strada, per dare un senso al mondo: una strada che liberi la vita da tutto ciò che è falso e meschino; una strada che porti all’assoluto, alla realizzazione dell’impossibile, a mettere la luna nelle sue mani! Per Caligola questa strada passa attraverso l’ eliminazione di tutte le contraddizioni di cui è impastata la vita stessa degli uomini, costringendo tutti alla logica, a qualsiasi costo, fino alle estreme conseguenze: fino ad eliminare, insieme alle contraddizioni, anche chi si contraddice. Costringere gli uomini ad uscire dalla loro mediocrità, contro la loro stessa volontà, è un “atto d’amore” che porterà inevitabilmente Caligola ad una serie infinita di violenze. Finché crollerà anche la sua illusione di essere “l’unico uomo libero”, l’unico “puro nel male”: scoprendosi dentro le stesse miserie che avrebbe voluto eliminare negli altri e con in più la consapevolezza di non aver avuto giustificazioni; senza più ragioni, circondato solo dai suoi morti, la sua fine sarà inevitabile.



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