Asolo Teatro (TV)

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NOME COMPAGNIA: Asolo Teatro
ANNO ISCRIZIONE FITA:
RAPPRESENTANTE LEGALE: Mario Segato
COMUNE: Asolo
TELEFONO: 346 0254074
E-MAIL: mail@asoloteatro.it
SITO INTERNET: www.asoloteatro.it


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NON TI CONOSCO PIÙ di Aldo De Benedetti
La commedia che noi ambientiamo negli anni Settanta, narra la vicenda matrimoniale di Luisa e Paolo Malpieri. Un mattino, la mogliettina non riconosce più il consorte, come per un'inspiegabile amnesia. Paolo chiama il professor Alberto Spinelli, psichiatra e inizia la diagnosi del caso. Luisa scambia il professore per il marito e contemporaneamente tratta Paolo come un ingombrante sconosciuto. La relazione prosegue tra l'assecondare la patologia della donna, come consiglia la scienza e il disagio del marito che si vede portar via il ruolo di coniuge da Alberto. Equivoci; un malizioso tric-a-trac notturno per un posto nel talamo; l'improvvisa visita di zia Clotilde dall'Inghilterra in compagnia della propria figlia Evelina, assurda coppia di scocciatrici che movimenta il già complesso ménage familiare; l'inevitabile cotta del professore per la bella smemorata e la disperata difesa di Paolo; infine, lo sciogli-vicenda imprevisto che chiama in scena una disinibita e procace dattilografa, causa prima del "Non ti conosco più".
Scritta nel 1932, l'epoca detta dei "telefoni bianchi", ovvero della borghesia benestante, la commedia è la formalizzazione dell'unione coniugale da difendere a ogni costo. La malizia esiste, ma è solo sfiorata; il tradimento è possibile forse desiderato, ma non viene consumato: è un vorrei ma non posso in attesa di tempi migliori. Tutto questo ci induce a vedere i personaggi con un filo di tenerezza, per come sembrano vivere la realtà particolare del loro mondo, apparentemente così lontano dalla vita quotidiana a cui la nostra società ci ha ormai abituati. De Benedetti analizza e porta alla ribalta la crisi della borghesia, partendo da una coppia "felicemente sposata", dove i rapporti sembrano all'apparenza perfetti, ma in realtà sono già svuotati e impigriti nei sentimenti e nelle passioni.

Aldo de Benedetti nato a Roma nel 1892 e morto nella stessa città nel 1970, ha scritto 23 commedie e soggetti e sceneggiature per 120 film. È uno dei più importanti esponenti del teatro d'evasione nel periodo fra le due guerre mondiali. Dal 1938 si dedicò al cinema, anche se il suo nome non poté comparire nelle locandine dei film, perché di origine ebraica. Tornò al teatro solo dopo la fine della guerra, con commedie di stile pirandelliano.







PRIMA EL SINDACO E PO' EL PIOVAN di Ernesto Andrea De Biasio
La commedia, rappresentata per la prima volta a Trieste nel 1880, affascinò il pubblico per l’attualità del tema che, a quel tempo, veniva dibattuto con accesa foga polemica dalla stampa d’informazione e dall’opinione pubblica: la priorità del matrimonio civile su quello religioso. Una non facile tesi che la commedia però presenta con sobrietà e divertente ironia.
E… al giorno d’oggi, è veramente superato il tema? Oppure si delineano ancora i due opposti schieramenti? La risposta… agli spettatori.

Nato a Venezia nel 1854, Ernesto Andrea De Biasio ottenne consensi e successi in tutta Italia con le sue commedie dialettali. Nel suo breve cammino artistico aprì al teatro veneto la via dei copioni dedicati alla provincia ed ai costumi paesani. La sorte gli negò di esprimersi completamente e di toccare quelle vette artistiche cui sarebbe certamente pervenuto.
Ricco di intuizioni, sapeva cogliere la realtà e portarla sul palcoscenico con il garbo di chi, già da allora, aveva idee avanzate.







SON PARON MI! di K. C. de K. Bronson
La commedia è ambientata negli ultimi anni del 1800. Giacomo, il capo di una famiglia della media borghesia, è convinto di essere l’unico punto valido di riferimento, sia per la moglie che per la sorella. È certissimo che... guai se non ci fosse lui! Lo vedremo...







LA SCORZETA DE LIMON di Gino Rocca
La commedia presenta situazioni riconoscibili ancor oggi in qualche famiglia. L’autore condanna i troppo rigidi moralismi del provincialismo più retrogrado e tiranno. Il colore dell’ambiente, i personaggi, l’amarezza comica del dialogo ed un profumo di mesta verità, danno a questo atto una grazia seria e nobile che conquista il pubblico.







MAI SPUNCIAR 'A TERSA ETÀ di Memo Bortolozzi
La commedia in tre atti dell’autore bresciano Memo Bortolozzi "Mai stigà la tersa età" del 1989, è stata opportunamente adattata al nostro dialetto dal sapiente lavoro di Franco Gigliello e snellita per meglio adattarla alla nostra realtà locale.
La vicenda si svolge all'interno di una casa di riposo, dove gli ospiti, pur consapevoli della propria condizione di persone anziane, abbandonate dai propri cari, diciamo "rottami della società", cercano nella quotidianità, una ragione di vita: vogliono sentirsi ancora giovani e vivi! La vita a volte è strana ed imprevedibile e infatti un susseguirsi di eventi, fa si che questi vecchietti, per niente rimbambiti, sappiano appunto affermare la propria identità e lo spirito che li fa sopravvivere.
La commedia, pur presentando degli argomenti in certi punti toccanti e di straordinaria attualità che ci invitano a riflettere, viene esposta con una comicità esplosiva, con allusioni e doppi sensi propri dell’esilarante repertorio di Memo Bortolozzi.

Ma è ancor più la divertente messinscena a sottolineare, per contrasto, la profondità dei temi trattati, che raccontano la realtà con cui ognuno di noi dovrà fare i conti, nell’incognita di un futuro in cui la sfiorita giovinezza ci consegnerà a una disincantata e amara vecchiaia. Nell’abisso di una fredda panchina, quanti vecchi rimangono soli, ombre involontarie, affidati per forza di cose e di casi alla badante di turno, o paralizzati dal dolore e dalla solitudine in un ospizio non sempre ospitale. I vecchi in Italia sono sempre di più! Vivono i loro ultimi anni lontano dai parenti, spesso troppo frettolosamente dimenticati e lasciati in compagnia dei loro ricordi; barattano la loro solitudine con gite e passatempi, con un’ipnotica televisione, o con telefonate a figli troppo lontani o troppo indaffarati. Pochi vivono soli nella loro casa, la maggior parte viene ”parcheggiata” nelle case di riposo. Questa è la loro principale malattia! Ma oltre il 40 per cento di loro, è anche vittima della depressione e allora l’allontanamento dai propri cari sembra diventare quasi un obbligo! Non sono gli anni che fanno la vecchiaia, è la solitudine, l’indifferenza, l’umiliazione, è il nostro tipo di vita che sembra avere occhi solo per un effimero presente, svuotato di memoria, incapace di ascoltare le parole di saggezza custodite nei cuori dei nostri maltrattati “veci”.







MEGLIO QUESTA! di Giancarlo Loffarelli
“Meglio questa!” è una commedia in due atti che rappresenta l’evoluzione di un’azione unitaria, dove alcuni imprevisti colpi di scena inceppano il naturale svolgimento di una brillante commedia dialettale. Il meccanismo strutturale dell’opera è quello delle scatole cinesi, dove ogni verità che sembra definitiva si apre ad ulteriori sviluppi che la rendono vana e tutto, alla fine, risulterà essere un paradossale tentativo di attirare l’attenzione sulla compagnia da parte della stampa e dell’opinione pubblica: una giornalista infatti cade nella trappola e questa è l’unica cosa “vera” di tutta la vicenda. Quelli che nel corso della vicenda sembrano essere nemici arroccati su sponde opposte, alla fine si rivelano essere un’unica “banda” decisa a tutto pur di raggiungere il proprio scopo: sopravvivere alla crisi economica che attanaglia la compagnia e continuare a fare teatro in condizioni migliori.
Insomma, una travolgente catena d’apparenti verità destinate a rivelarsi infondate tranne che al momento dell’esito finale, quando la commedia si rivela essere una descrizione satirica della società fondata sul sensazionalismo a tutti costi, dove la notizia è più vera quanto più eclatante. A farne le spese, in questa occasione, è un’arte “timida” come quella del teatro, di per sé così aliena da sensazionalismi di ogni tipo, che per farsi largo è costretta a cercare compromessi con uno stato di cose estremo e delirante. È questa infatti l’altra tematica che emerge: il teatro è schiacciato da un progressivo rincorrere la notizia “bomba” da prima pagina; teatro che vive invece di rapporti umani semplici, forti e coinvolgenti; teatro che riesce ancora a trovare uno spazio vitale grazie a quell’arte d’arrangiarsi, sperimentata nel corso dei secoli da generazioni di attori girovaghi, comici e guitti. Il pubblico è coinvolto da una serie di esilaranti colpi di scena che rendono alta la tensione dall’inizio alla fine così come pure il livello comico. La separazione fra scena e sala è completamente annullata, favorendo invece un’estrema mobilità degli attori fra i due spazi che, pur restando architettonicamente separati, cessano di esserlo drammaturgicamente.


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